Macchine fotografiche su eBay

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Uno dei settori più attivi in eBay è quello delle macchine fotografiche d'epoca (o vintage). Il grande numero di apparecchi prodotti in tutto il secolo 900, la robustezza delle macchine meccaniche, che fa sì che si trovino apparecchi di 50 o 70 anni ancora ben funzionanti, i formati di pellicola tradizionali ancora in produzione, la tecnologia meccanica arrivata ai livelli più elevati già negli anni '60 e '70, la dismissione in massa nei paesi a tecnologia più avanzata di apparecchi analogici per passare al digitale (già dagli anni '90) sono tutti elementi che producono una ampia offerta. E una offerta ampia in un mercato competitivo produce prezzi bassi, e l'interesse attorno a questo fenomeno.

I formati di pellicola / Le categorie di apparecchi / 35mm meccaniche / 35mm telemetro automatiche / Telemetro 35mm ad ottica intercambiabile / Reflex meccaniche / Reflex elettroniche / Reflex autofocus / Gli apparecchi medio formato / Le reflex biottica / Reflex 6x6 monobbiettivo / Le SLR di medio formato / Le reflex per il vero formato ideale: il 4,5x6 / Le medio formato a telemetro / Le folding medio formato / Le folding 35mm / Le folding moderne 

 
 

Sezioni principali

 

Sotto sezioni

 

Mini guide

 

Mini guide:

Come regolare ad occhio la messa a fuoco / Come regolare l'inquadratura senza zoom / Cosa fare delle foto 6x6  / Come regolare ad occhio l'esposizione

Vedi anche: 

Gli acquisti su eBay / Esempi di fotografie 6x6 con apparecchi folding / Mini guida fotografica / Viaggi nel tempo

 

Perché la fotografia analogica

Anche se la fotografia digitale ha i noti vantaggi di praticità che ne hanno ormai garantito l'affermazione di massa, la fotografia analogica continua a mantenere alcuni vantaggi.
 

La qualità della fotografia analogica

I più recenti modelli digitali con sensori da 8 o 10 Mega Pixels, hanno una risoluzione comparabile a quella della tradizionale pellicola 35mm (24x36mm). Ciò significa che è possibile ricavarne un poster di dimensioni 50x60 di qualità confrontabile. Questo ovviamente a patto che anche le ottiche siano di qualità comparabile, e quindi si parla di apparecchi semi professionali, tipo Canon EOS-D o Nikon FD. Il punto di pareggio è considerato intorno ai 13-14 MPixels, ed è ormai in vista per i modelli di punta.

Poiché si tratta di apparecchi di costo molto elevato (diverse migliaia di €) qui si innesta un primo vantaggio della alternativa analogica: raggiungere gli stessi risultati con apparecchi tradizionali, ad una frazione del costo.

 

I formati di pellicola

Esiste però un altro vantaggio dell'analogico che non potrà essere colmato a breve: il grande formato. Sin dagli anni '30 sono commercializzate infatti macchine per il formato 120 o rollfilm, alternativo al 35mm o 135 (che è addirittura precedente come pellicola, ma coevo per packaging) con fotogramma 6x6cm (il più diffuso), 4,5x6, 6x9 o 6x7. La superficie di un fotogramma 6x6 è circa 3 volte e mezza un 24x36, e la risoluzione che si può ottenere è quindi molto superiore, e inarrivabile, presumibilmente per anni, per la foto digitale.

Nella tabella che segue sono confrontate le dimensioni utili per i vari formati utilizzati nella fotografia analogica.
  

Formato

Nome commerciale

Dimensioni (mm / HxL)

Superficie (mmq)

Diagonale (mm)

Superficie / 135

Riferimento

135

Mezzo formato

24

18

432

30,0

0,5

 

135

35mm

24

36

864

43,3

1

864

127

3x4

38

28

1064

47,2

1,2

 

127

4x4

38

38

1444

53,7

1,7

 

120

4,5x6

56

40

2240

68,8

2,6

 

120

6x6

56

56

3136

79,2

3,6

 

120

6x7

56

66

3696

86,6

4,3

 

120

6x9

56

86

4816

102,6

5,6

 

Facendo riferimento al formato più comune (il 35mm) si può vedere che il medio formato ha una superficie superiore di oltre tre volte e mezza, e il più pratico 4,5x6 di oltre 2 volte e mezza. Per una equivalente qualità digitale bisognerebbe aspettare quindi sensori CCD da 40-50 Mega pixels effettivi, al momento non ipotizzabili e forse anche fuori dagli obiettivi dei produttori.

La diagonale indica la lunghezza focale dell'obiettivo normale per il formato (l'immagine non appare né ravvicinata né arretrata). L'obiettivo normale per il 35mm è comunemente il 50mm, quindi con immagine leggermente ravvicinata (tele) rispetto al normale teorico da 43 mm, nel 6x6 è invece il 75, quindi leggermente grandangolare.

Il formato 120 non è pratico come il 35mm, ma è comunque adatto anche per foto comuni e d'azione, ed è tuttora utilizzato nella fotografia professionale, e quindi reperibile nei negozi più forniti. Inoltre, nei molti anni di vita del formato, l'industria fotografica ha prodotto anche apparecchi di concezione molto semplice (quindi economici) ma comunque di qualità assai elevata.

 

Le categorie di apparecchi

Sono moltissime. Ci concentriamo su quelle effettivamente usabili ancora, con un impegno comparabile a quello richiesto dalle attuali macchine digitali. Sono solitamente suddivise in base a quattro elementi: il formato, il mirino di visione, il sistema di misura dell'esposizione e la possibilità di intercambiare l'obbiettivo (ottica fissa o intercambiabile).
Nel quadro sinottico sono sintetizzati i modelli con alcuni esempi significativi, approfonditi nel seguito.

 

Formato / Mirino

Galileiano

Reflex biottica (TLR)

Reflex monobbiettivo (SLR)

35mm

Folding e meccaniche
(Agfa Silette, Voigtlander Vito, Kodak Retina, Zeiss Contessa, Rollei B35)

Telemetro (Leica, Contax)

Rare (Zeiss Ikoflex)

Nessuna

Diaframma manuale (Exacta) 

Elettroniche (Canonet, Yashica Lynx, Minolta Hi-Matic)

Diaframma automatico, esposimetro TTL (Nikon F, Canon FT, Pentax Spotmatic)

Compatte elettroniche (Olympus XA e Mju, Minolta Riva, Canon Prima)

Elettroniche (Canon AE-1, Olympus OM-1, Pentax ME)

Autofocus (Canon EOS, Minolta Dynax)

120 (medio formato)

Folding (Zeiss Nettar e Ikonta, Agfa Isolette, Voigtlander Bessa e Perkeo)

Telemetro (Fuji 690, Koni Omega Rapid M)

(Rolleiflex, Rolleicord,  Minolta Autocord, Yashica MAT)

(Mamiya C-220/C-330)

Dorso fisso (Praktisix, Pentax 6x7)

Dorso intercambiabile (Hasselblad, Zenza Bronica)

Ottica 

Fissa

Intercambiabile

Fissa

Intercambiabile

Intercambiabile

 

Galileiano 35mm a ottica fissa meccaniche (anni '50 e '60)

Sono apparecchi concepiti all'epoca per dilettanti, con il massimo degli automatismi consentiti dalle varie epoche di produzione. Sono stati prodotti da grandi case con ottimi obiettivi e quindi in molti casi possono garantire eccellenti risultati, I grandi numeri di produzione favoriscono inoltre i prezzi convenienti.

Si tratta in pratica delle antenate delle attuali diffusissime compatte 35mm, con la differenza che sono prive di molti automatismi (quasi sempre della messa a fuoco e in molti casi dell'esposizione) e soprattutto dell'obiettivo zoom. L'obiettivo quindi è fisso, in molti casi un medio grandangolare (35 o 40m, non molto indicato per i ritratti), in altri un normale (50-55 mm) più adatto per ritratti e meno per foto d'interno.

L'ottica fissa garantisce però una qualità solitamente molto più elevata di qualsiasi compatta attuale.

L'esposizione negli apparecchi di produzione fino agli anni '60 (a lato una Agfa Silette SL) deve essere regolata manualmente. L'esposimetro in alcuni casi non era presente e negli altri era basato su un sensore al selenio, soggetto ad invecchiamento con gli anni e quindi a diventare impreciso, inoltre spesso non era accoppiato, e quindi non dava vantaggi rispetto ad un esposimetro esterno. L'esposizione è però un problema minore con le pellicole moderne, che hanno una latitudine di esposizione molto superiore, soprattutto le negative, e di conseguenza si può fotografare tranquillamente, almeno in esterni, affidandosi alla regola del 16 (vedi) e ricorrendo eventualmente ad un esposimetro separato in interni.

La messa a fuoco e' assistita da telemetro a sovrapposizione d'immagine in tutti gli apparecchi dagli anni '70 in poi. Quindi risulta abbastanza agevole, a patto che i mirini siano puliti e ci si ricordi di regolarla ad ogni foto. Nelle macchine prive di telemetro si può usare un dispositivo separato oppure andare ad occhio. La seconda soluzione e' sufficiente nella maggioranza dei casi (vedi).

 

Come regolare ad occhio la messa a fuoco

La messa a fuoco è fondamentale per la nitidezza dell'immagine, e un errore non è recuperabile a posteriori. Quindi è importante che la regolazione sia precisa. Per la messa a fuoco manuale il primo accorgimento consiste nell'utilizzare un diaframma il più piccolo possibile (quindi, con il valore più alto, essendo espresso in frazioni della capacità visiva dell'occhio umano) aumentando così la profondità di campo, e quindi il margine di tolleranza. 

Per misurare ad occhio la distanza del soggetto bisogna fare attenzione alla distanza tra i propri piedi e il soggetto stesso, usando un riferimento noto. Il riferimento può essere la lunghezza di una vettura, una Punto o una Classe A sono lunghe circa 4mt, e quindi bisogna farsi un'idea di quante macchine di questo tipo potrebbero starci tra noi e il soggetto. Se la scala della distanze è in piedi (macchine fotografiche acquistate in UK o USA) basta moltiplicare la stima in metri per tre.

 

Come regolare l'inquadratura senza zoom

Lo zoom consente di modificare l'inquadratura senza spostarsi, con le macchine senza zoom e ad ottica fissa bisogna fare il contrario: spostarsi per avvicinare o allontanare l'immagine. D'altra parte lo zoom era nato proprio per questi scopi, per i documentari cinematografici.

Nei film infatti l'inquadratura veniva gestita (in parte lo si fa tuttora) con il "carrello", una struttura su binari dove possono trovare posto sia la cinepresa sia l'operatore, in grado di avvicinarsi od allontanarsi dal soggetto senza far "ballare" l'immagine, e di riprodurre così la capacità di concentrazione su un particolare o viceversa di "allargare lo sguardo" che ha l'occhio umano (e il cervello). Per un documentario o per produzioni a basso costo (televisione soprattutto) questa soluzione era poco o nulla praticabile e sono nate quindi prima le cineprese compatte con torretta dotata di 3 o più obiettivi di focali diverse (come le Beaulieu o le Bolex) poi sostituiti, con l'avanzamento della tecnica ottica, dagli zoom. I primi obiettivi di questo tipo avevano però una qualità molto inferiore a quelli fissi, e il loro uso in fotografia (dove è richiesta una maggiore qualità) è arrivato più tardi, dagli anni '70, con modelli peraltro piuttosto costosi e riservati ai professionisti. Negli anni successivi, come sappiamo, i costi sono diminuiti grazie alla progettazione su calcolatore e alle macchine utensili a controllo numerico e gli zoom, anche se con frequenti e pesanti compromessi con la qualità, sono diventati lo standard per la fotografia amatoriale.

Senza zoom occorre mettere in atto da soli la funzione del carrello nelle riprese cinematografiche. 

Persone: avvicinarsi al soggetto per eliminare le parti dell'immagine non interessanti. E' richiesta così una maggiore interazione con i soggetti fotografati, che può costituire anche un arricchimento dell'immagine.

Paesaggi, opere architettoniche o altri soggetti ampi: allontanarsi il più possibile per ampliare il campo di visione. Arrivati al limite, scattare più foto da visionare insieme successivamente. Nel caso di paesaggi si può usare un cavalletto in modo da mantenere l'orizzonte allo stesso livello nelle foto successive.

Naturalmente sorgono limiti invalicabili sia in campo lontano sia in campo vicino. In un ambiente chiuso non si potrà arretrare che sino al muro posteriore, non ci si potrà sempre avvicinare al soggetto (fotografia sportiva) e non si potrà racchiudere un panorama in una singola immagine. 

La criticità dell'inquadratura dipende anche dall'utilizzo previsto dell'immagine e dal formato. La fotografia negativa destinata alla stampa o alla elaborazione digitale ha meno vincoli, soprattutto se in formato 6x6, si potrà intervenire in post produzione isolando le parti d'immagine che interessano, con una funzione simile al teleobbiettivo in ripresa. Se si vogliono invece realizzare diapositive da proiettare, la inquadratura diventa invece più critica.

Oltre all'inquadratura la lunghezza focale dell'obiettivo influisce anche sulla prospettiva, ovvero sul modo come essa è riportata dalla realtà tridimensionale alle due dimensioni dell'immagine. Gli obiettivi a lunga focale (teleobbiettivi) schiacciano le proporzioni dei vari piani rendendoli apparentemente più vicini, l'immagine appare quindi piatta. Gli obiettivi a corta focale (grandangolare) hanno invece il comportamento opposto, dando all'immagine una apparenza sferica o bombata.

Questo effetto, che può essere un piacevole arricchimento dell'immagine, è però da gestire attentamente nei ritratti. In una foto frontale con il grandangolare il naso apparirà più grande perché le restanti parti del viso sono riprodotte leggermente rimpicciolite, ed è raro che questo possa giovare al soggetto. Le macchine fotografiche ad ottica fissa montano spesso obbiettivi leggermente grandangolari (35-40mm per il formato 135 e 75-80mm per il formato 120) che devono essere quindi usati con cautela per i ritratti. In questo caso occorre ambientare il ritratto e riprendere in campo medio (mezzo busto) diminuendo l'effetto, e/o eseguire i ritratti preferibilmente di profilo o tre quarti.

L'obiettivo normale (50-55mm per il 135, raro nel 120, se non con formato ridotto 4.5x6) non produce alcuna deformazione prospettica, ma è meno versatile, e per questo motivo nell'era delle macchine fotografiche ad ottica fissa è stato spesso preferito il "mezzo grandangolare".

Come regolare ad occhio l'esposizione (La regola del 16)

Una premessa: le pellicole moderne hanno una latitudine molto ampia, quindi sono "tolleranti" rispetto agli errori di esposizione, più in sotto esposizione che in sovra esposizione. Le negative prevedono due passaggi e quindi gli errori possono essere rimediati, mentre le diapositive (proiettate) direttamente, richiedono una esposizione più precisa.

Il sistema più semplice per calcolare l'esposizione con una macchina manuale, senza esposimetro, è chiamato comunemente regola del 16, dal nome del diaframma base che si usa (f 16). Il tempo di esposizione invece si ricava per approssimazione dal valore in ISO della pellicola. Questa coppia tempo / diaframma sarà la giusta esposizione per fotografie standard in pieno sole.

Da questa coppia base si ricavano le altre, come nella tabella esemplificativa che segue (per una pellicola 100 ISO).
  

Condizioni di luce del soggetto

Tempo

Diaframma

Ovvero

Pieno sole

125

16

Coppia base

Nuvola che copre il sole

125

11

Un diaframma in più

Cielo coperto, giornata luminosa

125

8

Due diaframmi in più

Cielo coperto, giornata scura

125

5.6

Tre diaframmi in più

Ombra in una giornata di sole

125

5.6

Tre diaframmi in più

Pieno sole in spiaggia o sulla neve

125

22

Un diaframma in meno

Come si vede per fotografare all'aperto occorre mandare a memoria solo poche situazioni tipiche, e decidere di aprire da uno a tre diaframmi a seconda delle condizioni di luce (o di chiuderne uno in luce fortissima). Al resto ci penserà la latitudine della esposizione della pellicola. Naturalmente le coppie tempo / diaframma possono essere modificate a piacere agendo in parallelo su entrambe (1/125 f 16 = 1/250 - f 8 = 1/500 - f 5.6 = 1/1000 - f 4 ecc.).
Le condizioni di luce al chiuso sono invece maggiormente variabili e dare una tabella ha poco penso, i valori sarebbero troppi e mandarli a memoria sarebbe difficile per chi non fotografa assiduamente e/o professionalmente. In questi casi conviene ricorrere ad un esposimetro separato oppure, per le macchine che lo supportano, ad un flash.

Per migliorare ancora le possibilità di raggiungere una esposizione ottimale si può ricorrere anche alla tecnica del bracketing: scattare di ogni soggetto tre foto, con diaframma aperto e chiuso di un diaframma.
 

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Telemetro 35mm a ottica fissa automatiche e semi-automatiche. Anni '60 e '70

I modelli di fotocamere 35mm ad ottica fissa elettronici (ad esposizione automatica) sono moltissimi e una sintesi è assai ardua. Ci soffermiamo solo su alcuni modelli in grado di realizzare immagini superiori alle compatte attuali e anche alle digitali amatoriali.

Si tratta delle macchine 35mm degli anni '70 prodotte da alcune case giapponesi, come la Yashica Lynx (nella foto), le Canonet 17 e Minolta Hi-Matic 7 e analoghe di altri produttori (Ricoh e Konica). Macchine totalmente automatiche, ad esclusione della messa a fuoco, ma con possibilità di funzionamento manuale ed ottiche eccellenti (soprattutto quelle uguali o superiori ai 50mm) e qualità dell'immagine al livello delle migliori reflex 35mm (pur se con i limiti dell'ottica fissa).

L'unico punto critico è rappresentato dalle batterie (indispensabili nei modelli ad otturatore elettronico) che all'epoca erano al mercurio e quindi ora fuori produzione. Bisogna verificare se esistono dei sostituti moderni (solitamente è così).

Sul mercato eBay hanno costi medi, acquisti a prezzi bassissimi sono improbabili e da maneggiare con cura. Prezzi comunque molto inferiori ad una compatta 35mm "seria" moderna.

Sul versante del super conveniente, ovvero di prezzi che in alcuni casi possono arrivare anche a 10 o 20€, possono essere segnalati i modelli degli anni '50 che montavano rinomati obiettivi a 4 lenti (Tessar per Zeiss, Solinar per Agfa). Pur essendo apparecchi più semplici possono offrire anch'essi immagini di qualità elevata (es. Agfa Silette, Zeiss Contessa)

 

Telemetro ad ottica intercambiabile

Sono gli apparecchi che discendono dalla storica Leitz Leica del progettista Oskar Barnack, un apparecchio progettato negli anni '10 come tester per le riprese cinematografiche e poi diventato il modello cardine della tecnologia fotografica del '900.

Il prototipo UR-Leica (del 1913) era stato pensato quindi come tester o provinatore per film, ed usava quindi la pellicola cinematografica 35mm messa a punto dall'inventore Thomas Alva Edison (quello della lampadina e del fonografo) agli inizi del '900. Non esistevano ancora esposimetri affidabili e con un tester si poteva scattare un insieme di foto nelle stesse condizioni di luce e di pellicola del film, da sviluppare e verificare per tarare poi correttamente la cinepresa ed evitare sprechi di costosa pellicola.

L'apparecchio poteva però essere utilizzato anche per fare foto e basta, e per questo scopo sembrava avere parecchi vantaggi sugli altri apparecchi dell'epoca: le dimensioni estremamente compatte (poco superiori a quelle di una compatta 35mm attuale), la capienza (caricatori da 36 foto, quando al massimo nella fotografia professionale si potevano usare rollfilm da 12 foto), la qualità comparabile al medio formato, grazie alla evoluzione intervenuta negli anni 20 e 30 nelle pellicole e alla notoria qualità Leitz (rinomata fabbrica di microscopi e ottica di precisione, tuttora attiva).

Logica conseguenza la decisione della Leitz di mettere in commercio il nuovo apparecchio, all'inizio con una dotazione analoga a quella delle compatte ad ottica fissa degli anni successivi (otturatore centrale, obiettivo fisso rientrante) presto sostituita con gli elementi chiave della architettura Leica: otturatore a tendina molto veloce (fino a 1/1000) e obiettivo intercambiabile con innesto a vite 39x1.

Rimaneva il geniale corpo rigidissimo e semplice con caricamento dal fondo e la dimensione compatta ai limiti inferiori consentiti dal formato. Il mirino all'inizio era assente e si aggiungeva a parte (a traguardo o ottico), ovviamente messa a fuoco ed esposizione erano manuali.

Negli anni successivi sono state introdotte funzionalità aggiuntive rispetto allo schema iniziale, il telemetro accoppiato (ma con mirino separato), la sincronizzazione flash, il telemetro integrato nel mirino, le cornici per più focali nel mirino (modello M degli anni '60), l'innesto a baionetta, più veloce (modello M), l'esposimetro esterno ma accoppiato (M). E soprattutto sono stati introdotti negli anni i celebrati ed eccellenti obiettivi Leitz, parte fondamentale del successo dell'apparecchio. Diventato già negli anni '30 lo strumento di lavoro dei fotografi che hanno inventato il fotoreportage, da Cartier-Bresson, a Robert Capa, a Werner Bischof a William Eugene-Smith (a lato una Leica IIIc con innesto a vite).

La principale casa produttrice degli anni '30, la Zeiss Ikon, non assistette senza reagire al successo della Leica. Propose un apparecchio analogo, ma diverso e migliorato, la Contax (il primo modello a telemetro, da non confondere con i successivi modelli reflex degli anni '50, prodotti in Germania Est, o dei modelli reflex elettronici degli anni '80 e successivi, prodotti in Giappone dalla Kyocera-Yashica).
La Contax aveva l'innesto a baionetta, il telemetro integrato nel mirino, il caricamento pellicola semplificato, in altre parole le caratteristiche della futura serie M già negli anni '40, oltre alle ottime ottiche Zeiss, e costituì una reale alternativa alla Leica.

Gli altri modelli che sono seguiti hanno preso a riferimento a volte la Leica, altre, più frequenti, la Contax.

Sono riconducibili a due famiglie, le telemetro giapponesi degli anni '50 - '60 (Nikon SP e Canon F) e le telemetro russe (FED, Zorky, Kiev).

Telemetro ad ottica intercambiabile: l'acquisto su eBay e l'uso oggi

Per le macchine a telemetro storiche valgono due considerazioni: il costo elevato per gli apparecchi di qualità, a seguito di un collezionismo che data ormai da decenni (in particolare per la Leica) e la scomodità d'uso rispetto alle reflex.

Il primo elemento rende l'acquisto su eBay piuttosto impegnativo e per esperti per tutti i modelli citati, ad eccezione soltanto di alcuni apparecchi russi (solo perché hanno prezzi bassi per la grande diffusione e quindi il rischio "fregatura" è ridotto).

Il secondo rende l'uso effettivo una divertente attività "vintage" per appassionati, oppure un irritante sistema per sbagliare molte foto.

L'elemento critico è il mirino, oltre alla attenzione necessaria per la messa a fuoco (il telemetro a sovrapposizione, se in buone condizioni, è comunque piuttosto veloce) i problemi sono l'inquadratura con obiettivi di focali diverse (serve un secondo mirino opzionale, eventualmente con più focali) e l'errore di parallasse, cioè la differenza tra l'immagine inquadrata dal mirino e quella ripresa dall'obiettivo alle corte distanze.

Per fare un esempio, una serie di ritratti con un apparecchio a telemetro equipaggiato con un classico tele 90mm richiederebbe di mettere a fuoco usando il telemetro, inquadrare il soggetto con il mirino esterno, correggere la parallasse a mano (impostando la distanza misurata dal telemetro sul mirino esterno) e quindi scattare. Se il soggetto si sposta occorre ripetere le regolazioni ad ogni scatto, pena foto sfocate o con la fronte tagliata nei primi piani. Con alcuni apparecchi (Leica M3) alcune fasi possono essere semplificate dalle cornici che delimitano l'inquadratura (ma l'immagine diventa una miniatura) o dal mirino aggiuntivo integrato (solo per il Telyt 135 della serie M). Per tutte le altre la sequenza delle operazioni sarà quella descritta, e gli inevitabili errori di ripresa confermeranno al fotografo la distanza dai fotografi come Cartier-Bresson (che ha usato per tutta la vita una Leica con tre obbiettivi) per i quali la relativa scomodità era ampiamente compensata dalla grande pratica ed esperienza.

In sintesi sono macchine affascinanti ma indicate solo a chi vuol fare esperienza di una pratica fotografica vintage oppure (ma deve essere veramente facoltoso) vuole avere il piacere di ricavare immagini dalle mitiche ottiche Leitz o Zeiss originali.

Per tutti gli altri si possono raggiungere gli stessi risultati con una più comoda reflex 35mm, spendendo anche meno.

 

Le telemetro 35mm russe

Per chi vuol fare comunque esperienza le macchine russe costituiscono una valida alternativa. Sono apparecchi costruiti in grande serie per il mercato interno e poi esportate a partire dagli anni '70. Ispirate a modelli tedeschi sono state in produzione per decenni e sono quindi assai diffuse, garanzia di prezzi bassi.

La Kiev 4 è una copia della Contax, è la migliore delle tre ma è relativamente meno diffusa e quindi più cara e meno facilmente reperibile (le ottiche soprattutto). La Zorky 4 è una copia economica della Leica a vite. La FED-4, probabilmente la più diffusa, è un modello originale, con esposimetro incorporato (non accoppiato). Più pesante della Leica è un discreto apparecchio, le principali pecche sono il dorso completamente smontabile (il cambio pellicola è più scomodo che nella prima Leica, che già non era facile) e la leva di collegamento del telemetro, che utilizza un rinvio di forma trapezoidale (nella Leica era circolare): se si sposta o ha qualche gioco si stara il sistema di misura.

Le macchine russe si vendono su eBay soprattutto dalla Russia o dalle altre repubbliche ex-sovietiche. I prezzi sono spesso convenienti, ma occorre fare attenzione ai costi di spedizione, che sono molto più alti (circa il doppio) che in Europa area CE.

 

Reflex meccaniche (SLR)

   

Sin dai primi passi della tecnologia fotografica i progettisti hanno pensato che una messa a fuoco ed una inquadratura precisa sarebbe stata possibile solo se il fotografo avesse potuto osservare la scena e "mirare" direttamente attraverso l'obiettivo di ripresa. Poiché l'obiettivo capovolge l'immagine la soluzione ideale era rappresentata da uno schermo riflettente (reflex, in inglese) che, come noto, inverte i lati di una immagine e quindi rimette le cose a posto.

Rimanevano da risolvere molte altre cose, come ad esempio far sparire lo specchio al momento dello scatto per consentire alla luce di arrivare alla pellicola, o continuare a vedere qualcosa anche quando si rendeva necessario chiudere il diaframma e quindi la luce diminuiva (anche a un decimo o meno) o mettere tutta questa tecnologia dentro un apparecchio portatile.

La risoluzione di questi problemi ha richiesto una sessantina d'anni, il tempo di passare dalle enormi Graflex (e simili) degli anni '10 alle efficienti reflex giapponesi degli anni '60 e '70, il cui simbolo è stata la celebre Nikon F.

Con questi apparecchi tutti i problemi tecnologici erano risolti e il fotografo poteva vedere comodamente in un mirino luminoso l'immagine che sarebbe stata impressa sulla pellicola, con qualsiasi obiettivo che volesse montare, mettere a fuoco controllando il grado di nitidezza dell'immagine, avvicinarsi molto all'immagine per riprendere soggetti molto piccoli (macro fotografia), fotografare con teleobbiettivi potenti come un cannocchiale e oltre e anche, arricchimento di percorso, misurare la corretta esposizione direttamente attraverso l'obiettivo (TTL).

A parte lo specchio e il mirino le macchine erano del tutto simili alle telemetro precedenti, e quindi condividevano con il progetto Leica - da cui derivavano - le dimensioni compatte e la portabilità, e diventarono nel corso degli anni '70 lo strumento di lavoro per i fotografi di reportage, relegando le telemetro ai fedelissimi della Leica (unico apparecchio di quel tipo ancora in produzione) ed avendo come unica alternativa in campo professionale gli apparecchi di medio formato usati per la fotografia di moda e pubblicità, e quelli a grande formato per la fotografia architettonica.

Sono esistite in realtà molte altre macchine reflex che hanno preceduto questa rivoluzione, ad iniziare dalla Exacta degli anni '30, che è stata la prima reflex 35mm prodotta industrialmente, e passando anche per un modello italiano, la Rectaflex degli anni '40, molto funzionale per l'epoca ma dallo scarso successo commerciale.

Per vari motivi si portavano però dietro svariate scomodità e limitazioni che ne inibivano il potenziale e il predominio delle telemetro rimaneva intatto.

Fino alle Canon Canonflex e Nikon F degli anni '60, che questi problemi li avevano finalmente risolti.

   

SLR: macchine che avevano già tutto

Rispetto ad un moderno apparecchio analogico (es. una Canon EOS) o digitale (Canon EOS-D) queste macchine avevano già tutto, ad eccezione della messa a fuoco e della esposizione automatica. Gli obiettivi zoom c'erano ma erano costosissimi e di qualità inferiore a quelli a focale fissa (e quindi si usavano quasi solo questi), il motore c'era ma doveva essere montato a parte, sotto la macchina, e a volte era ingombrante. Anche l'esposizione automatica c'era, almeno in un apparecchio (Konica Autoreflex T). In tutte le altre la esposizione era assistita da un esposimetro che leggeva la luce attraverso l'obiettivo (TTL: Through The Lens), e richiedeva semplicemente di far collimare un ago su un riferimento. In più queste macchine erano completamente meccaniche e quindi funzionavano sempre, magari senza esposimetro (che ne aveva bisogno. ma con un consumo bassissimo) ma si poteva sempre esporre a occhio.

Rispetto agli apparecchi reflex precedenti e anche a quelli dello stesso periodo tutte le operazioni (messa a fuoco ed esposizione) si eseguivano in piena luce, senza oscuramento del mirino, e quindi con la massima comodità. E gli obiettivi erano ovviamente intercambiabili e con innesto a baionetta, in alcuni casi (Nikon in primo luogo) con una vastissima gamma e qualità paragonabile ai celebrati modelli tedeschi (Leitz e Zeiss).

Per i professionisti le marche di riferimento erano Nikon e Canon (come oggi), la Canon aveva sostituito diversi modelli e probabilmente il più significativo del periodo era la FT, e continuava ad essere usata soprattutto per la gamma di ottiche. La Nikon F, pur con qualche difetto (il peso della versione con esposimetro, il Photomic) dominava quindi in modo pressochè incontrastato il mercato, e avrebbe continuato a farlo per molti anni.

In campo amatoriale possiamo citare tre apparecchi che hanno sfidato il tempo: la Nikkormat FTn (sempre Nikon e stessi obiettivi della F, per l mercato USA Nikomat), la Minolta SRT-101, la Konica Autoreflex. L'ultima delle tre aveva una soluzione un po' ardita, totalmente meccanica, per realizzare il completo automatismo dell'esposizione (EE: electronic eye), ed è stata l'unica ad offrirlo fino all'avvento dell'otturatore elettronico una decina di anni dopo. Per le ridotte tolleranze del meccanismo è sconsigliabile su questo apparecchio montare ottiche non originali, e su apparecchi d'annata una controllata è d'obbligo. L'affidabilità è stata però confermata dalla durata del modello, ancora in produzione nei primi anni '90 con minime modifiche.

Le altre celebri macchine reflex del periodo (Asahi Pentax Spotmatic, forse la più venduta, Praktica B, dalla Germania Est, Topcon RE-2 e RE-Super, Petri FT, Zeiss Icarex, Miranda Sensorex e altre) per vari e distinti motivi presentano limitazioni funzionali che ne rendono l'uso oggi meno semplice ed immediato dei modelli indicati sopra, oltre ad essere generalmente meno diffuse, con conseguente difficoltà nel reperimento degli accessori. Elemento differenziante principale era rappresentato dalla possibilità di misurare la luce a tutta apertura (Nikon F e Nikkormat, Topcon RE)grazie ad un simulatore del diaframma, oppure dalla necessità di chiudere materialmente il diaframma (stop-down) oscurando così l'immagine nel momento decisivo che precede la ripresa (tutte le altre, a parte ovviamente la Konica Autoreflex).

Limitandosi ai modelli indicati, con costi medi (medio-alti per la Nikon F) e con le cautele accennate per la Konica, si può portare a casa un apparecchio in grado di realizzare foto eccellenti con un impegno in ripresa non molto superiore a quello di una superautomatica analogica o digitale odierna, e che non si ferma mai.

Il miglior rapporto qualità / prezzo / disponibilità delle ottiche è rappresentato dalla Nikkormat, un acquisto consigliato.

 

Reflex elettroniche

L'avanzata inarrestabile dell'elettronica è arrivata in fotografia a fine anni '70 e poi, in modo più deciso. negli '80, con storici modelli come la Canon AE-1, la prima ad avere la logica di controllo gestita da un microprocessore.

Il primo elemento a controllo elettronico è stato l'otturatore (a tendina nelle reflex). Il ritardo tra la prima e la seconda tendina non era più controllato da ingranaggi derivati dalla tecnologia usata in orologeria, ma da un circuito elettronico. Questo consentiva da un lato di poter impostare una apertura di durata qualsiasi (e non limitata a una gamma prefissata di tempi di posa: 1/30, 1/60, 1/125 di secondo e così via) e dall'altro di connettere in modo semplice ed affidabile il sistema di misurazione della luce con l'otturatore.

Era quindi alla portata di tutti i produttori la realizzazione di reflex totalmente automatiche, senza ricorrere agli equilibrismi meccanici della Konica Autoreflex.

Il sistema esposimetrico poteva infatti inviare direttamente per via elettronica al sistema di controllo dell'otturatore la durata del tempo di posa corretta per le condizioni di luce rilevate con la lettura attraverso l'obiettivo, tenendo in considerazione l'apertura del diaframma impostato sull'obiettivo, comunicata all'esposimetro dal simulatore del diaframma (per evitare la necessità di chiudere materialmente il diaframma ed oscurare il mirino reflex).

Simulatore diaframma e lettura attraverso l'obiettivo (TTL) erano già presenti negli apparecchi della precedente generazione, ora si chiudeva il ciclo con la esposizione automatica ai massimi livelli di precisione.

Il sistema era quindi a priorità del diaframma (che restava meccanico e manuale) il che non era l'ideale per foto sportive (i tempi potevano essere più lunghi del necessario e provocare foto mosse, se il fotografo non vi poneva attenzione) ma vari sistemi di allarme riducevano la criticità di questo aspetto.

Numerosi modelli hanno abbracciato questa tecnologia, adottata da tutte le aziende sul mercato, dopo le fortunate reflex della Canon (AE-1 e A-1) che hanno dato il via a questa nuova fase tecnologica.

 

Una SLR automatica di riferimento: la Olympus OM-1

Il più interessante è stato probabilmente un modello della Olympus, la OM-1 di fine anni '70 (doveva chiamarsi M-1, poi, per evitare confusioni con la celebre serie Leica, il cambio di sigla all'ultimo momento). La Olympus era una casa giapponese che aveva costruito un piccolo impero nel mezzo formato, un mercato di nicchia ma abbastanza ampio. Utilizzando la pellicola standard 35mm ma con formato dimezzato (18x24mm anziché 24x36) ogni pellicola poteva contenere fino a 72 fotogrammi, con un leggero abbassamento dei costi e una maggiore praticità: autonomia e riduzione di peso e dimensioni della macchina fotografica. Il tutto al prezzo di un leggero scadimento della qualità, percepibile però solo ai forti ingrandimenti, e di una limitata scomodità: la ripresa primaria verticale anziché orizzontale (più naturale per il nostro modo di vedere). La Olympus aveva prodotto negli anni (dai '50 in poi) numerosi modelli amatoriali ed anche una reflex a obbiettivi intercambiabili, la eccellente e compattissima Pen-F.

A partire dai primi anni '70 però l'interesse per gli apparecchi mezzoformato era progressivamente calato, per il progressivo affermarsi delle compatte 35mm. Questi apparecchi erano nati sulla scia della Rollei 35, un eccellente apparecchio, relativamente complesso e abbastanza costoso, ma di dimensioni minime e comparabili, se non inferiori, alle mezzoformato Olympus.

Le case giapponesi avevano iniziato a produrre compatte 35mm più pratiche nell'uso e più economiche (anche se di qualità), quali ad esempio le Canonet della Canon, e il mercato si è rapidamente rivolto a questa soluzione, meno scomoda del formato 18x24, che richiedeva laboratori in grado di trattarlo, diapositive fuori standard (telaietti e proiettore) e di fotografare con inquadratura verticale (o con la macchina girata per le foto panoramiche).

La Olympus doveva quindi velocemente uscire da una nicchia che stava diventando un ghetto, e lo fece puntando in alto, ad una reflex di prima fila, al massimo livello tecnologico e qualitativo, ma con prezzo ancora accessibile.

La OM-1 venne lanciata con una campagna pubblicitaria mondiale, testimonial l'attrice tedesca Senta Berger, allora all'apice della fama e della bellezza.

La OM-1 non era rivoluzionaria, riprendeva in gran parte innovazioni già introdotte da altri (come l'otturatore a comando elettronico), pur avendo alcune nuove funzionalità esclusive. L'elemento peculiare erano le dimensioni. Proprio per rimarcare la continuità con l'elemento caratterizzante della casa, la compattezza consentita dal mezzo formato, veniva recuperata la semplicità originaria della Leica, con una forma e una dimensione costruita attorno all'ingombro della pellicola, del caricatore e del rocchetto ricevente. L'estetica era anche avvantaggiata dalle nuove proporzioni che così si stabilivano tra gli obiettivi, che non potevano ovviamente ridursi di dimensione, e il corpo macchina.

Altra innovazione era rappresentata dall'esposimetro, realizzato con due cellule, una tradizionale (nel pentaprisma) ed una in grado di continuare a leggere le condizioni di luce anche durante l'esposizione, a specchio sollevato, essendo rivolto verso la tendina (o la pellicola) a catturarne la luce riflessa. In questo modo potevano essere realizzate foto precise anche con tempi lunghi e condizioni di luce velocemente variabili, ed era possibile controllare il flash con un esposimetro TTL. Una soluzione poi ripresa da molti modelli, anche non reflex, come la Leica M5 e le compatte Leica CL e Minolta CL.

La Olympus curò anche la qualità, oltre che l'innovazione, sia nel corpo macchina elettro-meccanico, sia soprattutto negli eccellenti obiettivi Zuiko, in grado di rivaleggiare sia come gamma sia come resa, coi celebrati Nikkor della Nikon.

Il risultato di questo mix di innovazione, qualità e compattezza è stato un inatteso successo non solo tra gli amatori, ma anche nel mercato professionale, e una imitazione da parte degli altri produttori, tutti lanciati in una riduzione delle dimensioni delle reflex. Una gara vinta dalla Pentax con la serie M, e in particolare il compattissimo modello MX-Super.

Da questa fase della storia della tecnologia fotografica sono rimasti molti apprezzati modelli (oltre a quelle citate, le Contax RTS e II e le gemelle Yashica F e FX-D, la Pentax K, la più economica, le Nikkormat EL - la proposta Nikon sulla quale i pareri non sono unanimi). Ma sul mercato dell'usato devono essere tutti trattati con grande attenzione.

A differenza di quelli della generazione precedente sono infatti da prendere a scatola chiusa. In caso di guasti alla parte elettronica la riparazione a volte è impossibile per mancanza delle parti di ricambio, e quando è percorribile è tanto costosa da renderla antieconomica.

Sono quindi apparecchi che, se funzionano al primo colpo, possono ancora dare molte soddisfazioni, se sono invce da ripristinare, è meglio lasciarli agli specialisti.

 

Reflex autofocus

L'unico e ultimo compito che rimaneva a carico del fotografo nelle reflex automatiche elettroniche era la messa a fuoco, da sempre un punto critico della ripresa, soprattutto con i teleobiettivi, a cui la tecnologia aveva risposto con i telemetri a sdoppiamento d'immagine e poi con i mirini a visione diretta delle reflex, con ausili vari (microprismi, immagine spezzata).

L'ultima frontiera tecnologica era quindi rappresentata dalla messa a fuoco totalmente automatica e non semplicemente assistita, ed era ora a portata di mano grazie al progresso della microelettronica.

Sistemi autofocus erano già in via di introduzione nelle telecamere e nel settore televisivo (dove il problema di seguire soggetti in movimento e in diretta li rendeva ancora più necessari) ed erano basati sull'analisi in tempo reale del contrasto dell'immagine (che diminuisce se l'immagine è sfocata) e su obiettivi motorizzati.

Nelle reflex il sistema si presentava particolarmente adatto perché l'azione del sistema autofocus poteva essere agevolmente controllata e quindi eventualmente corretta grazie alla visione diretta attraverso l'obiettivo.

Le principali case hanno quindi iniziato a proporre autofocus dalla fine degli anni '80. La necessità di motorizzare l'operazione di messa a fuoco (che richiede di spostare avanti o indietro il gruppo lenti dell'obiettivo o parte di esso) ha comportato la necessità di modificare l'innesto degli obiettivi, o addirittura di produrre obiettivi con un proprio motore a bordo (soluzione Canon EOS) e quindi di cambiare sistema rispetto alla generazione precedente. (A lato una Canon EOS 600, 1989).

L'affidabilità e la precisione dei vari sistemi è arrivata velocemente a livelli molto elevati e le reflex autofocus hanno soppiantato le manuali, nel formato 135, nel corso degli stessi anni '90, sia in ambito amatoriale sia nel settore professionale.

A distanza i sistemi che si sono affermati, e che sono ormai gli ultimi dell'era analogica della fotografia, sono sostanzialmente tre, Canon EOS, Nikon F e Minolta Dynax. Le prime due case, come all'inizio della affermazione delle reflex, si dividevano anche il mercato professionale, con i modelli di punta Canon EOS-1 o Nikon F-4 / F-5.

L'era delle reflex autofocus ha anche visto l'affermazione definitiva in campo fotografico dello zoom multifocale. Altro sogno dei fotografi realizzato, la tecnologia dei computer applicata alla progettazione e produzione delle lenti (gli zoom sono molto più complessi) consentiva di avere in un solo obiettivo grandangolo, normale e tele, con una diminuzione di qualità minima rispetto agli obiettivi a focale fissa.

L'ultimo e tuttora irraggiungibile vantaggio per questi ultimi rimane la luminosità (raramente superiore a 3,5 per gli zoom). Una limitazione poco importante per la gran parte delle riprese, alla luce del parallelo veloce progresso delle pellicole, sensibile soltanto per la fotografia d'azione e i ritratti con il teleobbiettivo.

Altro elemento ripreso dal cinema e diventato standard nelle reflex autofocus è stato l'avanzamento motorizzato della pellicola, e quindi la possibilità di fare foto a raffica.

Era questa una opzione possibile con le reflex manuali sin dagli anni '60, ma a patto di montare un ingombrante motore aggiuntivo sotto l'apparecchio.

Ora il motore era integrato nel corpo della macchina che, certo non aveva più le dimensioni minime della Olympus OM-1 e sue seguaci, ma era comunque dell'ordine di grandezza e dimensioni della classica Nikon F (se non inferiori).

Le reflex autofocus hanno rappresentato e rappresentano tuttora il massimo vertice raggiunto dalla tecnologia fotografica analogica, e ormai anche il suo canto del cigno, con la realizzazione di pressoché tutti i sogni di velocità, praticità e qualità che i fotografi hanno sempre coltivato.

Unico elemento negativo: la totale dipendenza dalla batteria: è chiaro che ormai gli apparecchi, a batterie scariche, cessavano completamente di funzionare.

Dal punto di vista dell'usato si tratta di modelli recenti e validi, per i quali il discorso convenienza e affare si applica poco. E' chiaro che una macchina valida difficilmente sarà venduta sotto mercato e che gli acquisti più convenienti. ma anche più rischiosi. si possono fare sugli apparecchi di vertice. più costosi all'origine e spesso ancora in produzione, eventualmente con varianti.

Per tutti gli altri bisogna valutare attentamente il prezzo e le offerte di modelli analoghi nuovi, il continuo abbassamento dei costi può infatti riservare delle sorprese.

Il rischio nell'acquisto è rappresentato sempre da eventuali guasti o difetti: riparazioni costose, spesso è necessaria la spedizione in laboratori delle case anche molto lontane (a spese dell'acquirente) a volte la riparazione non è praticabile o antieconomica rispetto al nuovo.

 

Gli apparecchi medio formato

Mentre il piccolo formato (chiamato comunemente 35mm ma come codice di formato denominato 135), ha dominato il settore amatoriale e professionale nel foto giornalismo sino all'avvento della fotografia digitale, ed è tuttora largamente usato, il medio formato (120 o rollfilm) è stato il formato predominante in tutti gli altri settori professionali (moda, pubblicità, matrimoni, cataloghi ecc.) lasciando al grande formato (pellicole piane dal 6x9 in su) la fotografia industriale e architettonica (non in modo esclusivo).

Per logica attrazione anche un discreto numero di fotoamatori evoluti si sono dedicati nel tempo al medio formato.

Il vantaggio risiedeva e risiede tuttora nella superficie maggiore (ca. 3 volte e mezza) garanzia di qualità maggiore, a prezzo ovviamente di costi e dimensioni maggiori degli apparecchi (con qualche eccezione).

Un altro vantaggio, molti anni fa, era la possibilità di stampa per contatto in un fomato ancora utilizzabile (6x6 o 6x9) e quindi costi inferiori di stampa. Una caratteristica interessante per i dilettanti e i fotografi occasionali, che ha fatto si che venissero prodotti negli anni anche molti apparecchi semplici ed economici per il medio formato.

Il rollfilm risale anch'esso ai primordi della fotografia, in casa Kodak, e consiste in una pellicola senza perforazioni protetta dalla luce da un rullo di carta a tenuta di luce solidale con la pellicola stessa, ma separabile al momento dello sviluppo. A differenza del 135 non richiede quindi il caricatore e il riavvolgimento e sfrutta tutta o quasi la superficie della pellicola, ma per contro ha un avanzamento meno preciso (senza la perforazione) e uno spreco di spazio per lo spessore della carta che limitava ad esempio la capienza a 12 pose 6x6 contro le 36 del 35mm.

La carta consentiva anche un sistema di avanzamento semplicissimo: sul dorso erano stampigliati i numeri progressivi dei fotogrammi nei vari formati, visualizzabili su una finestrella protetta da un filtro rosso presente sul dorso.

La larghezza del rollfilm è rimasta stabile negli anni (6cm, per un'altezza utile di 56mm nel fotogramma) mentre sono state applicate diverse lunghezze, per diversi scopi:

4,5x6

15 pose, formato verticale (o orizzontale con scorrimento verticale del rollfilm), il formato più conveniente per la stampa e per il rapporto qualità / sfruttamento del film (Ashai 645, Mamyia 645, folding 4,5x6)

6x6

12 pose, formato quadrato, ideale per diapositive, meno per la stampa (una quota parte dell'immagine rimane comunque fuori): è comunque il formato più diffuso (Rolleiflex, Hasselblad, PentaconSix, folding 6x6, Zenza Bronica, Kowa Six, Mamiya C220 e C330. Rollei 66, Koni Omega Rapid-M, Mamiya 6)

6x7

10 pose, chiamato quando è stato lanciato (primi anni '70) formato ideale perché consentiva, a differenza del 6x6, lo sfruttamento completo della carta fotografica nei grandi formati (30x40 e 50x60) e quindi per usi professionali (matrimoni e servizi su commissione), in compenso la gestione delle diapositive era possibile solo con accessori e proiettori speciali, costosissimi, e l'aumento di formato rendeva gli apparecchi pesanti e ingombranti oltre il limite ultimo compatibile con l'uso a mano libera (Reflex: Ashai 6x7, Mamiya RB67 e RZ67, Zenza Bronica 67, Telemetro: Mamyia 7, Fujica 670)

6x8

9 pose, proposto solo dalla Fuji per un solo modello (Fuji GX680, tuttora in produzione), un apparecchio molto complesso e costoso, ma di notevole qualità, che unisce le caratteristiche delle medio formato box (in particolare è simile alla Rollei SL66) e degli apparecchi a grande formato con movimenti.

6x9

8 pose, il formato standard all'inizio della storia del rollfilm, consentiva di avere copie economiche (e spesso di grande qualità) anche con la stampa diretta (in formato ovviamente 6x9, non molto inferiore al 10x15 per anni standard nelle stampe); nelle migliori folding (Bessa, Perkeo, Isolette, Super Ikonta) gli apparecchi rimanevano ugualmente tascabili e usabili a mano libera. Oltre a questi apparecchi il formato è stato usato da modelli che costituivano il ponte tra il grande formato e gli apparecchi a mano libera (Mamiya Super 23, Horseman Reporter) e da alcuni modelli Fuji a telemetro recenti (Fujica 690) sorta di Leica ipertrofiche, ma ancora usabili a mano libera da fotografi robusti.

  

Il formato 127 o Bantam, il 220 e il 70mm

Il 127 era del tutto simile al 120 come impostazione, soltanto che l'altezza della pellicola era ridotta a 4 cm e i formati utilizzabili erano quindi il 4x4 (16 pose) e il 3x4 (20 pose).

La dimensione del negativo era quindi di poco superiore al 135, e i vantaggi e gli svantaggi del formato erano quelli del formato maggiore.

E' stato usato soprattutto per apparecchi molto semplici e a bassissimo costo, sfruttando la possibilità di realizzare un sistema di avanzamento elementare, senza necessità di riavvolgimento, assieme al costo ridotto associato al piccolo formato; un esempio sono le macchine fotografiche italiane Bencini, assai diffuse negli anni '60.

 

La Rollei Magic o Baby Rollei

Un tentativo di utilizzare il formato per un apparecchio di qualità si deve alla Rollei.

Il modello Rollei 4x4 o Rollei Magic, aveva la stessa impostazione tecnologica di grande qualità della Rolleiflex ma, grazie al formato minore, dimensioni veramente compatte.

Un apparecchio eccezionale, soprattutto nelle ultime serie, e tuttora di grande valore sul mercato collezionistico, ma sostanzialmente privo di senso, pochi vantaggi e molti svantaggi rispetto agli apparecchi 35mm, e con il formato 4x4 si perde la peculiarità fondamentale della Rolleiflex: la possibilità di vedere la foto quasi come il prodotto finito nel comodo e grande mirino a pozzetto del 6x6. Il successo quindi non ha arriso a questo modello e a questo formato.

220 e 70mm

Il formato 220 è invece una variante del 120 creato allo scopo di superare il limite delle 12 pose. Il dorso protettivo in carta era limitato all'inizio e alla fine del rotolo in modo da consentire una lunghezza maggiore della pellicola e di raddoppiare così la capienza (24 pose con il 6x6). Naturalmente le pellicole 220 non potevano più funzionare con le semplici folding ad avanzamento manuale, ma solo con gli apparecchi più recenti (a patto però che avessero il pressapellicola adatto al rollino 220, più sottile perché a un solo strato).

Il 70mm era il formato delle pellicole cinematografiche usato per le produzioni più spettacolari nell'era del cinemascope e del cinerama, era (ed è) una pellicola perforata di altezza appunto 70mm. Nel sistema Hasselblad è stata adottata per un dorso ad elevata capienza (70 fotogrammi 6x6) adatto in particolare all'avanzamento motorizzato.

Una soluzione tecnologica molto raffinata che ha avuto la sua consacrazione nelle imprese lunari del programma Apollo, dove la Hasselblad con dorso 70mm era la macchina fotografica scelta per andare sulla Luna, quindi, nella considerazione della NASA, il meglio della tecnologia fotografica allora disponibile.

L'uso della pellicola 70mm è rimasto circoscritto agli apparecchi professionali Hasselblad e suoi derivati. La gamma di emulsioni era peraltro limitata dall'uso primario, e circoscritta quindi a diapositive a colori.

La pellicola è inoltre disponibile solo a metraggio, quindi deve essere bobinata con un apposito apparecchio nei caricatori per uso fotografico (diversi per ogni specifica macchina in grado di accettare il 70mm, Hasselblad, Pentax 645 o altre). Non una pellicola quindi che si può trovare nei negozi in viaggio.

La pellicola a metraggio di derivazione cine era peraltro disponibile anche nel classico formato 35mm ed usata anche dai foto amatori e dai professionisti per abbassare i costi.

 

Le reflex biottica

La fortuna del formato 6x6 è iniziata con il successo delle reflex biottica (o TLR: Twin Lens Reflex), e in particolare dell'apparecchio di riferimento per questo settore, la Rolleiflex, nella seconda metà degli anni '30.

Il progetto Rolleiflex (1928) della Franke & Heidecke, una piccola (allora) industria fotografica tedesca, derivava da un precedente apparecchio specializzato, per riprese stereoscopiche, ed era orientato al tentativo di utilizzare i benefici del sistema reflex senza averne gli inevitabili svantaggi, al tempo non superabili dalla tecnologia.

Poiché era difficile far fare a un obiettivo due mestieri, il mirino e la ripresa, si pensò di sdoppiarlo. L'apparecchio aveva quindi due obiettivi quasi identici sovrapposti e accoppiati. Quello inferiore, dotato di otturatore e diaframma, era alla base della macchina fotografica vera e propria. Quello superiore, semplificato nello schema ottico e solitamente più luminoso, ma di focale identica, serviva solo per la visione e la messa a fuoco, e proiettava l'immagine su un mirino a pozzetto, che formava una immagine orizzontale grande come l'immagine sulla pellicola, per mezzo di uno specchio reflex.

La messa a fuoco avveniva a vista controllando la nitidezza dell'immagine, e la composizione dell'immagine risultava enormemente agevolata rispetto ai rudimentali mirini dell'epoca.

Il formato quadrato era indispensabile per questa soluzione tecnologica. Poiché la riflessione era solo una la immagine proiettata dall'obiettivo aveva corretti soltanto i lati sopra e sotto, e non sinistra destra. Con un formato rettangolare sarebbe stato impossibile fare foto verticali (oltre che sommamente scomodo per la struttura a pozzetto).

La visione era però dall'alto e quindi non all'altezza dell'occhio. Questo però costituiva un vantaggio più che uno svantaggio, perché nella ripresa delle persone a figura intera veniva ripristinata una prospettiva più corretta, centrale, anziché dall'alto.

La ripresa all'altezza dell'occhio (necessaria ad esempio per i primi piani) era comunque possibile, con limitazioni, usando un mirino a traguardo incorporato nello stesso mirino a pozzetto. (A lato una Rolleiflex 2.8F degli anni '60)

 

Il successo si è consolidato poi con i veri e propri modelli Rolleiflex nel nuovo formato 120 (1932), dotati di un'altra caratteristica innovativa: l'avanzamento rapido "automatico". Una sola leva con un doppio movimento "va e vieni" avanzava la pellicola e caricava l'otturatore, prevenendo le doppie esposizioni e rendendo superfluo il controllo dei numeretti sul dorso.

le dimensioni compatte, il peso limitato, l'otturatore Compur-Rapid di elevata qualità, la completa sincronizzazione con il flash elettronico (affermatosi dagli anni '60) e l'utilizzo di obiettivi di elevata qualità della Zeiss, prima l'ottimo Tessar a 4 lenti e poi l'ancora superiore Sonnar a 6 lenti, uno dei migliori obiettivi mai prodotti, completavano la dotazione di un apparecchio adatto sia per ritratti e servizi commerciali, sia per la foto d'azione, e adottato da molti foto giornalisti fino agli anni '60.

Il limite quasi insuperabile di questo fortunato modello era rappresentato dall'ottica fissa. La possibilità di ingrandire in fase di stampa una porzione dell'immagine consentiva però, grazie al grande formato, di utilizzare la Rolleiflex anche nel foto giornalismo o nelle foto per matrimoni, dove questo apparecchio è stato lo standard sino alla fine del secolo, ed è in alcuni casi ancora utilizzato.

 

I cloni della Rolleiflex

Il grande successo commerciale ha fatto nascere modelli più economici e semplificati già in casa Rollei (la Rolleicord, sempre degli anni '30) e dalle altre case concorrenti.

I più interessanti sono i modelli giapponesi del dopoguerra, copie con qualche variante (in genere nella ghiera di messa a fuoco) e di qualità meccanica un poco inferiore (ma prezzo molto inferiore) erano orientati soprattutto al mercato amatoriale, ma grazie agli ottimi obbiettivi consentivano (e consentono) di realizzare foto di elevato livello.

Le più apprezzate erano la Autocord della Minolta e la Mat Della Yahica, soprattutto negli ultimi modelli dotati di esposimetro accoppiato (anche la Rolleiflex nel dopoguerra si era dotato di esposimetro, prima al selenio e poi CdS). Interessanti sono anche i modelli della Ricoh (Ricohmatic) e della Kowa (Kalloflex). Non sono mancate copie cinesi (Seagull) e francesi (Semflex) e anche tedesche (Welta Reflekta). Le principali case tedesche (Zeiss Ikon e Voigtlander) non hanno invece prodotto copie della Rolleiflex. ma "variazioni sul tema" come la Contaflex nel formato 135. Da una di queste, la economica Voigtlander Brilliant deriva (è una copia conforme) un modello russo diffusissimo, la Lubitel 11, caratterizzata dal mirino non smerigliato, con eccezione di un piccolo cerchio centrale. In questo modo l'immagine è più luminosa (da cui il nome) ma la messa a fuoco è solo su una zona del diametro di meno di un centimetro. Non una grande idea.

Da notare che il limite dell'ottica fissa (75 o 80mm; quindi un leggero grandangolo) era stato affrontato dalla Rollei con varianti specializzate: Tele Rolleiflex e Wide Rolleiflex (solo la prima ebbe una certa diffusione) strada seguita anche dalla Sem. L'alternativa economica era rappresentata dagli obiettivi addizionali (da montare come un filtro davanti all'obiettivo). Il problema è che si perdeva la coerenza di visione nel mirino.

Solo la giapponese Mamiya ha tentato la impegnativa strada dell'ottica intercambiabile (C-220 e C-330; anni '60) con un buon successo soprattutto per le foto da studio e matrimoni. Chiaramente l'apparecchio era più pesante e ingombrante e ogni obiettivo intercambiabile era raddoppiato, ma il tutto costava comunque meno di due corpi Rollei e garantiva comunque foto di qualità. Il soffietto integrato e la correzione automatica della parallasse consentivano poi foto ravvicinate (cataloghi di oggetti e simili) e quindi aumentavano ancora di più la versatilità (anche se rimaneva il problema della parallasse).

Da citare anche un altro apparecchio reflex biottica professionale ad ottiche intercambiabili, la Koni Omegaflex. Curiose le scelte dei progettisti giapponesi: l'immagine si formava su un vetro smerigliato dietro all'obiettivo di visione, come negli apparecchi a soffietto di grande formato. Per vederla nuovamente raddrizzata si inseriva uno specchio al posto del vetro smerigliato, e quindi si aveva un mirino a pozzetto arretrato. In compenso l'apparecchio (assai più pesante della Rolleiflex) aveva una caratteristica unica tra le biottiche e molto ricercata in ambito professionale: i dorsi intercambiabili, e utilizzava anche il "formato ideale' 6x7 come la consorella Koni Omega Rapid M (a telemetro) con la quale aveva in comune i dorsi intercambiabili.

 
  

Reflex 6x6 monobbiettivo

Anche se la Rolleiflex ha sempre avuto un suo status a parte, le regine del settore sono state le reflex monobiettivo, vertice funzionale e qualitativo.

Le monobiettivo hanno avuto due apparecchi di riferimento, molto diversi, la Hasselblad 500C e la PraktiSix - PentaconSix.

 

La Hasselblad 500C

La 500C del 1957 deriva dalla precedente 1600F, che a sua volta era basata su un apparecchio specializzato per riprese di aerofotogrammetria, prodotto nei primi anni del dopoguerra dalla piccola industria di precisione svedese Hasselblad.

La architettura innovativa e razionale era basata sulla suddivisione dell'apparecchio in 4 elementi modulari intercambiabili e componibili: specchio reflex e avanzamento, obbiettivo, dorso pellicola e mirino. Nel primo modello 1600F del '50 (e nel successivo 1000F del '52)  l'otturatore era a tendina e integrato nell'elemento centrale, il tempo più veloce era particolarmente rapido, 1/1600 di secondo, appunto, una derivazione del primo progetto per foto dall'aereo, dove i tempi veloci, per evitare le foto mosse, erano una necessità. Con felice intuizione nel modello 500C venne invece scelta la soluzione di un otturatore centrale in ogni obbiettivo. Scelta leggermente più costosa (un otturatore di qualità Synchro-Compur in ogni ottica) ma ideale per l'uso in studio, per la facilità di sincronizzazione con i nuovi flash elettronici che stavano allora (fine anni '50) entrando nel mercato professionale.

La Hasselblad 500C era in definitiva una macchina ideale per l'uso in studio, per servizi all'aperto e anche a mano libera. La flessibilità consentita da obiettivi e mirini intercambiabili era un primo punto a favore, Poi veniva la comodità dell'immagine reflex attraverso l'obiettivo. I dorsi intercambiabili erano l'ideale per servizi di moda e anche per i matrimoni. E a coronamento di tutto veniva la qualità complessiva della macchina e delle ottiche, prodotte per Hasselblad dalla Zeiss tedesca, quindi in parte simili a quelle della Rolleiflex (Sonnar), le dimensioni compatte e il peso contenuto e infine, dagli anni '60, anche l'avanzamento a motore. Non è mai stata economica ma un fotografo aveva con una 500C tutto quello che serviva per foto di qualsiasi genere. Solo nel reportage la Hasselblad è stata poco utilizzata, non perché non fosse pratica nell'uso (l'unico neo era rappresentato dallo specchio non a ritorno istantaneo, come quasi tutte le reflex 6x6) ma più che altro perché la Leica prima e poi le SLR 35mm erano già la scelta migliore per le esigenze di un fotografo d'azione, che non cercava niente di più nel medio formato.

D'altra parte gli editori richiedevano obbligatoriamente negativi di medio formato per le foto di moda e di architettura, ma accettavano il 35mm per il foto giornalismo sin dagli anni '30.

Hasselblad SWCDa citare anche il fatto che si trattava di un sistema completo e modulare che consentiva anche di mettere in produzione un interessante apparecchio specializzato come l'Hasselblad SWC, non reflex (e tuttora in produzione), costruito attorno all'eccezionale obiettivo grandangolare Zeiss Biogon 38mm (equivalente a un 20mm sul formato 135) che condivideva gli stessi dorsi e poteva quindi essere "intercambiato" come un obiettivo su una 500C.

Negli anni l'Hasselblad è stata citata più volte nel cinema come macchina fotografica tipo per fotografi professionisti o foto amatori raffinati: da Bergman nel film Persona, da Antonioni in Blow-Up, da Mike Nichols nel recente Closer, dove la fotografa era Julia Roberts.

In Blow-Up il regista Michelangelo Antonioni (che era anche un buon fotografo) innestava anzi la vicenda sulle possibilità di ingrandimento offerte dal medio formato. Infatti proprio un particolare sullo sfondo delle foto di moda che stava facendo il protagonista David Hemmings, fotografo di successo, rivelerà il delitto che è il motore della storia.

Numerosi gli apparecchi che hanno applicato l'architettura della Hasselblad 500C, con varianti o senza.

 

Rollei SL66

 

La Rollei aveva nella Hasselblad 500C una concorrente e decise di contrapporre una nuova reflex monobiettivo (SLR) di fascia alta.

La Rollei SL66 riprendeva sostanzialmente lo schema Hasselblad, l'unica differenza era costituita dalla messa a fuoco mediante una slitta a soffietto integrata. In più buona parte degli obiettivi avevano un innesto a baionetta anche frontale, e quindi potevano essere montati invertiti. In questo modo con la SL66 si potevano fare immagini ravvicinate, fino alla macro fotografia, senza ulteriori accessori.

Una comodità per la realizzazione di cataloghi di oggetti e simili, con lo svantaggio di un certo aggravio di peso. Gli obiettivi inoltre erano privi dell'elicoide per la messa a fuoco e quindi più leggeri e teoricamente più economici. Per il resto le caratteristiche erano simili e addirittura gli obbiettivi erano in buona parte gli stessi (anche se l'innesto era diverso) in quanto anch'essi prodotti dalla Zeiss, storico partner della Rollei.

La qualità complessiva puntava comunque ad essere anche superiore a quella dell'apparecchio svedese, e conseguentemente anche il costo del sistema era superiore.

Il nome e il prestigio Rollei hanno assicurato una discreta diffusione del modello, che però non ha mai scalfito il predominio di mercato della Hasselblad.

 

Kowa Six

All'opposto della alternativa Rollei c'era la soluzione economica, ma a caratteristiche invariate, della giapponese Kowa. Nel modello con dorsi intercambiabili (anni '60) la Kowa Six aveva le stesse funzionalità della Hasselblad 500C, l'unica differenza era la forma, più verticale e compatta grazie al dorso-magazzino a forma di L . La disponibilità di accessori e soprattutto di obbiettivi (l'innesto era proprietario) era inferiore e anche la qualità non era paragonabile a quella della Hasselblad o della Rollei SL66, ma comunque buona.

A tutti gli effetti era quindi una alternativa economica, meno prestigiosa e meno di immagine, che come tale ha trovato una sua nicchia di mercato.

 

Zenza Bronica S

La vera alternativa alla Hasselblad 500C è stata rappresentata da questo modello giapponese, sempre degli anni '60, che ha avuto una discreta diffusione. Nelle successive versioni si è chiamata S, S2 e S2a.

A differenza della Kowa Six proponeva alcuni plus funzionali e architetturali rispetto al modello ispiratore, aveva una qualità più vicina ad esso e poteva contare su distributori e assistenza più robusti.

L'architettura era del tutto analoga all'Hasselblad,

la differenza consisteva unicamente nel particolare movimento dello specchio che, invece di ribaltarsi verso l'alto al momento dello scatto, scivolava sul fondo dell'apparecchio. Questa apparentemente semplice variante, esclusiva di Zenza Bronica S2, consentiva di costruire gli obiettivi in modo diverso, ovvero con un tiraggio minore.

Il tiraggio è la distanza tra l'innesto e la pellicola. Nelle macchine a telemetro tipo Leica è molto ridotto, inferiore alla lunghezza focale di un obiettivo normale ed equivalente a quello di un grandangolare. Nelle reflex, per l'ingombro dello specchio nel suo movimento rotatorio verso l'alto, è poco inferiore alla lunghezza focale di un obiettivo normale. Come si fa allora a montare un grandangolare? Sin dall'inizio della diffusione delle reflex sono stati proposti grandangolari retrofocus, dove la lunghezza focale è simulata dal particolare sistema di lenti. Hanno però lo svantaggio di essere più complessi e costosi. Con il sistema della Zenza Bronica obiettivi sino al medio grandangolo potevano essere non retrofocus, con indubbi vantaggi.

In compenso però lo specchio sul fondo rivolto verso l'alto poteva essere una fonte di riflessi al momento dello scatto, e lo specchio non poteva più svolgere la doppia funzione di tappo per il mirino superiore. La soluzione dei tecnici giapponesi consisteva in due tendine. una superiore ed una inferiore, che si aggiungevano a quella di copertura della pellicola, necessaria per via dell'otturatore centrale, Al momento dello scatto in una Zenza Bronica si muovevano ben 5 meccanismi: l'otturatore, lo specchio e tre tendine.

Il fatto che la macchina sia stata in produzione per anni e che non abbia evidenziato problemi particolari per rumore allo scatto, vibrazioni e affidabilità costituisce un indubbio merito per la tecnologia giapponese. Non pochi fotografi hanno però diffidato nel corso degli anni e preferito la semplicità (a caro prezzo) dell'Hasselblad ed effettivamente anche in casa Zenza Bronica sono passati, a partire dagli anni '80, alla tecnologia reflex tradizionale.

 

Mamiya RB67

L'architettura Hasselblad è stata adottata anche dalla Mamiya per la sua reflex medio formato. Adottava però il cosiddetto "formato ideale" 6x7 e la soluzione finale risultava per ciò stesso più complessa. Il 6x6 della Hasselblad ha infatti il vantaggio, essendo quadrato, di non richiedere la scelta tra inquadrature verticali e orizzontali, Le inquadrature verticali non sono un problema con modell che adottano l'architettura Leica (basta girare la macchina) ma lo sono con modelli a "scatola" come la Rolleiflex o l'Hasselblad, ancor di più se adottano il mirino a pozzetto.

Nella Mamiya RB67 il problema era risolto con il dorso girevole a 90 gradi. Una soluzione semplice e pratica che comportava però due consistenti svantaggi: la impossibilità di ricaricare l'apparecchio dopo lo scatto con una unica leva (ne servivano due, una sul dorso) e la "crescita" di tutte le parti della macchina (specchio, schermo di visione, volet, mirino) al formato 7x7. La conseguenza era un apparecchio molto più grande e pesante della Hasselblad, difficilmente utilizzabile a mano libera e adatto soprattutto all'uso su cavalletto.

Pur essendo una macchina di qualità costruttiva elevata ed equipaggiata da valide ottiche, ha avuto quindi uno spazio commerciale ridotto, di nicchia, come alternativa alle macchine a banco ottico più che alla Hasselblad e suoi derivati.

 

La copia russa (Kiev 88)

Esiste anche un modello tipo Hasselblad realmente economico (sia da nuovo sia usato): la Kiev 88. Come molti altri apparecchi prodotti dalle industrie sovietiche nel secondo dopoguerra era una copia fedele di un modello occidentale, realizzato quasi con gli stessi materiali ma con tolleranze di produzione molto più elastiche, e quindi qualità nettamente inferiore, e anche variabile.

Per contro i costi di produzione inferiori e la particolare situazione dei cambi consentivano prezzi al pubblico nettamente inferiori, che hanno garantito negli anni il successo delle macchine russe (Zenit in testa).

Prezzi inferiori che si riflettono anche nel mercato dell'usato, e che quindi rendono ancora questi apparecchi convenienti. La qualità relativamente bassa (della costruzione, non dei materiali) si traduce in una maggiore difettosità, trattandosi però di apparecchi meccanici le riparazioni solitamente non sono complesse.

L'unico problema della Kiev 88 è che il modello copiato (fedelmente) non è stata la 500C, bensì la molto meno interessante 1600F. La limitazione nell'uso con il flash elettronico rende quindi questa macchina poco adatta a lavori in studio e con illuminazione artificiale, e non consente alla 6x6 russa di essere considerata l"Hasselblad dei poveri". Per altri usi rimane però la comodità del dorso e del mirino intercambiabili, peraltro del tutto compatibili con quelli Hasselblad.

 

Le SLR di medio formato

La prima reflex monobiettivo con la struttura della SLR 35mm (quindi per visione a mirino ad altezza dell'occhio, come la Exacta e suoi successori) è stata la PraxtSix degli anni '50, che ha dato il via a un piccolo gruppo di derivate.

 

PraktiSix / Pentacon Six

Era prodotta dalla VEB Pentacon in Germania Est, quindi da quella parte delle industrie fotografiche tedesche (n.1 nel mondo prima della guerra e fino all'affermazione giapponese negli anni '60) rimaste nella zona controllata dai sovietici. Macchinari e, in parte, tecnici e progettisti (quelli non scappati all'Ovest), erano di valore assoluto e la produzione della Germania Est, pur se non comparabile e quella dell'Ovest, è stata assai valida e regolarmente esportata in occidente fino alla dissoluzione della Germania Est.

La PraktiSix aveva una struttura molto semplice ed efficace, mutuata dalle reflex SLR 35mm (in particolare dalla Praktica, da cui derivava il nome): corpo macchina tipo Leica con scorrimento orizzontale della pellicola comandato da leva di carica integrata, specchio reflex, otturatore a tendina veloce (fino a 1/1000") mirino a pentaprisma o a pozzetto intercambiabile, obiettivi intercambiabili con innesto a baionetta. Era disponibile anche un pentaprisma con esposimetro TTL. Dimensioni e peso erano necessariamente superiori a quelli delle SLR 35mm ma non di molto, con l'obiettivo normale e il mirino a pozzetto era comparabile a quello di una Nikon F con il Photomic. Saliva ovviamente con i tele e il pentaprisma. L'uso a mano libera era quindi tranquillamente possibile, anche se non era comunque la macchina ideale per il reportage veloce.

L'unico limite architetturale era l'otturatore a tendina, che consentiva la sincronizzazione del flash elettronico fino a 1/30" (limitato dalla superficie elevata da coprire: 56mm contro i 36 o 24 delle 135) e rendeva quindi l'apparecchio non adatto alle foto in studio o in interni con flash. Altro limite condiviso con buona parte degli apparecchi reflex medio formato lo specchio non a ritorno istantaneo (tornava a posto agendo nuovamente sulla leva di carica) limitando (ma non impedendo) l'uso nel reportage veloce, in particolare per le sequenze a raffica. La disponibilità di efficaci tubi di prolunga a trasmissione del diaframma automatico la rendevano poi particolarmente adatta alla macro-fotografia (ripresa di soggetti piccoli e piccolissimi).

Il principale limite era però rappresentato da un errore di progettazione nel sistema di avanzamento, che lo rendeva poco affidabile. La PraktiSix venne quindi sostituita dopo pochi anni da un nuovo modello, dal nome cambiato per rimarcare l'avvenuta risoluzione del problema. La Pentacon Six, il modello TL in particolare, ha quindi raggiunto una affidabilità in linea con gli altri apparecchi del tempo e una vasta diffusione grazie anche alla sua unicità sul mercato.

Inutile aggiungere che l'acquisto di PraktiSix usate è assai critico e consigliato solo a reali conoscitori.

La Pentacon Six era corredata da una buona gamma di obiettivi marchiati Zeiss Jena (dagli stabilimenti orientali della storica azienda, situati appunto nella città di Jena) e da tubi di prolunga automatici (con trasmissione del diaframma) che la rendevano particolarmente adatta per la macrofotografia su medio formato.

Queste caratteristiche, assieme al prezzo conveniente - produzione in grande serie e mercati valutari divisi negli anni della separazione dei due blocchi Est-Ovest - hanno consentito la grande diffusione accennata in precedenza,

La Pentacon Six / PraktiSix ha dato origine ad una piccola famiglia di derivate. Due di esse (Rittreck 6x6 o Norita 66 e Kiev 60) erano veri e propri cloni, l'altra (Pentax 6x7) una evoluzione tecnologica sullo stesso tema.

 

Norita 66

La Norita 66, chiamata in origine Rittreck 6x6, era un clone prodotto dalla omonima (piccola) ditta giapponese. Sullo stesso schema costruttivo erano innestate due uniche varianti, una in più (specchio a ritorno istantaneo) e l'altra in meno (otturatore a tendina limitato ad 1/500").

Il principale limite è stato però il ridotto corredo di obiettivi, di innesto proprietario e incompatibile con la Pentacon Six. Qualità complessiva dello stesso ordine di grandezza del modello tedesco orientale, se non inferiore (ottiche) e prezzi simili (se non superiori) hanno ridotto drasticamente le possibilità di successo di un apparecchio che ha comunque vivacchiato per molti anni, con successivi aggiornamenti estetici.